Disturbo Borderline di Personalità (BPD): comprenderlo oltre l’etichetta
- Dott. Ludovico Piccolo

- 28 mar
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 29 mar
Quando si parla di Disturbo Borderline di Personalità (BPD), spesso emergono conoscenze stereotipate o poco precise. In realtà, si tratta di un funzionamento psicologico complesso che riguarda emozioni intense, relazioni instabili e una profonda sensibilità.
È importante sottolineare che non esiste solo una distinzione rigida tra “avere” o “non avere” il disturbo. Molte persone possono presentare tratti borderline, senza soddisfare tutti i criteri diagnostici.
Adottare una prospettiva più dimensionale ci permette di comprendere meglio queste sfumature e, soprattutto, di avvicinarci a queste esperienze con maggiore empatia e consapevolezza.
Cos’è il disturbo borderline di personalità?
Secondo il manuale diagnostico DSM-5, il disturbo borderline di personalità è caratterizzato da un pattern pervasivo di instabilità che riguarda:
relazioni interpersonali
immagine di sé
regolazione delle emozioni
e viene diagnosticato quando sono presenti 5 o più dei seguenti elementi::
instabilità nelle relazioni interpersonali, caratterizzata dall’alternanza di sentimenti di idealizzazione ed estrema svalutazione dell’altro;
sforzi disperati per evitare un abbandono, tanto reale quanto immaginato;
instabilità dell’immagine e della percezione di sé;
impulsività caratterizzata da comportamenti dannosi per il soggetto (guida ad alta velocità, sessualità promiscua, abuso di alcol e stupefacenti, spese folli, ecc…);
gesti autolesionistici, automutilanti, pensieri e minacce suicidarie;
marcata reattività dell’umore (ansia, rabbia, disforia);
sentimenti cronici di vuoto esistenziale e personale;
difficoltà a controllare la rabbia;
sintomi dissociativi in associazione a forte stress.
Per una diagnosi, questi elementi devono essere presenti in modo significativo e persistente.
Tratti di personalità Borderline
I tratti di personalità sono caratteristiche stabili e durature che definiscono l'unicità di un individuo, guidano le sue interazioni e sono costanti in varie situazioni della vita.
Non è necessario soddisfare tutti i criteri per riconoscersi in alcune delle caratteristiche sopra elencate.
Molte persone, pur non avendo una diagnosi, possono presentare tratti borderline, come ad esempio:
una forte sensibilità al rifiuto
difficoltà nella regolazione emotiva
oscillazioni nelle relazioni
paura di essere lasciati o non considerati
In questi casi parliamo di una personalità definita da alcune modalità di funzionamento più intense o vulnerabili.
Questa prospettiva dimensionale è importante perché permette di ridurre lo stigma e favorire una maggiore comprensione di sé.
Il BPD attraverso la Schema Therapy
La Schema Therapy è un approccio che aiuta a comprendere e modificare quei modi profondi e automatici con cui pensiamo, sentiamo e reagiamo, spesso sviluppati durante l’infanzia o l’adolescenza.
Questi schemi si formano a partire dalle esperienze di vita, soprattutto relazionali, e possono portarci a ripetere nel tempo gli stessi schemi di comportamento o di sofferenza, anche quando non ci fanno stare bene.
La Schema Therapy lavora per riconoscere questi schemi e modi di funzionamento, comprenderne il significato e sviluppare modalità più sane e funzionali per stare con se stessi e con gli altri, favorendo maggiore consapevolezza, equilibrio emotivo e benessere.
Secondo la Schema Therapy, il BPD può essere compreso come il risultato dell’attivazione intensa e instabile di diversi "modes" o modalità di funzionamento, cioè parti interne che rappresentano bisogni primari non soddisfatti e strategie di adattamento sviluppate nel tempo che la persona ha messo in atto per "tutelarsi" a seguito di esperienze molto intense emotivamente.
Ad esempio:
esperienze di attaccamento insicuro
ambienti invalidanti o imprevedibili
mancanza di sintonizzazione emotiva
traumi o esperienze di abbandono
Nel tempo, queste esperienze contribuiscono alla formazione di schemi maladattivi precoci, cioè convinzioni profonde su di sé e sugli altri.
Per esempio:
“Non sono degno di essere amato”
“Le persone mi abbandoneranno”
“Non posso fidarmi degli altri”
A questi schemi si associano i diversi "modes" o modalità di funzionamento, che si attivano in situazioni specifiche.
Esempi pratici:
una persona può passare rapidamente da una modalità vulnerabile (paura di essere lasciata) a una modalità arrabbiata (rabbia intensa verso l’altro)
oppure attivare una modalità evitante o distaccata, al fine di proteggere la parte interiore vulnerabile da paure, dolore e ferite relazionali, portando la persona a distaccarsi dalle emozioni e a evitare situazioni intime o conflittuali.
Questi cambiamenti possono essere molto rapidi e difficili da gestire per la persona, sopratutto nelle relazioni con gli altri.
Alcuni esempi concreti
Per comprendere meglio cosa significa vivere con tratti borderline o con un funzionamento borderline, può essere utile immaginare alcune situazioni...
La paura dell’abbandono
Anna aspetta un messaggio da una persona importante per lei.
Passano alcune ore senza risposta.
Inizia a pensare: “Non gli importa di me… forse mi sta lasciando… ho fatto qualcosa di sbagliato”.
Nel giro di poco tempo passa da uno stato di tranquillità a una forte ansia, fino a sentirsi triste e arrabbiata.
Quando riceve finalmente risposta, può sentirsi sollevata, ma anche irritata per l’attesa.
In questo caso si attiva una forte sensibilità all’abbandono, che amplifica l’esperienza emotiva.
Dall’idealizzazione alla svalutazione
Marco inizia una relazione e nelle prime fasi vede l’altra persona come “perfetta”.
Si sente compreso, visto, speciale.
Dopo un piccolo episodio (una delusione, un fraintendimento), la percezione cambia drasticamente: “Non è come pensavo… non posso fidarmi… mi deluderà”.
Qui vediamo un passaggio rapido tra idealizzazione e svalutazione, tipico di questo tipo di funzionamento.
Rabbia che copre altre emozioni
Giulia sente che un’amica si è comportata in modo distante.
Invece di esprimere tristezza o dispiacere, reagisce con rabbia: messaggi impulsivi, tono accusatorio, chiusura.
Dentro, però, ciò che prova è soprattutto paura di non essere importante e senso di esclusione.
La rabbia diventa il canale principale, ma sotto c'è altro, qualcosa di più profondo...
Il senso di vuoto
Luca descrive momenti in cui, anche senza un motivo apparente, sente un forte vuoto interno. Non è solo tristezza: è come se mancasse qualcosa, come se non sapesse bene chi è o cosa desidera.
Per riempire questo vuoto potrebbe mettersi alla ricerca di:
relazioni intense
stimoli forti
distrazioni continue
Il vuoto diventa difficile da tollerare e spinge a cercare qualcosa all’esterno.
Le diverse modalità in conflitto
Sara si trova in una situazione in cui il partner non risponde a una chiamata.
Dentro di lei si attivano rapidamente più modalità:
una modalità vulnerabile: “Mi sta lasciando, non valgo abbastanza”
una modalità arrabbiata: “Non può trattarmi così!”
una modalità distaccata: “Non mi importa, chiudo tutto”
Queste modalità si alternano velocemente, creando confusione e reazioni impulsive.
Durante il percorso terapeutico, il lavoro consiste proprio nel riconoscere queste modalità e metterle in dialogo, invece di esserne travolti.
Molte persone leggendo questi esempi potrebbero riconoscersi, almeno in parte.
Questo è fondamentale, perché aiuta a comprendere che:
non si tratta di “essere sbagliati”
ma di modalità apprese e sviluppate nel tempo
che possono essere comprese e trasformate
L'importanza dell’accettazione e della consapevolezza
Un passaggio fondamentale è iniziare a prendere consapevolezza rispetto a questi schemi e modalità interne.
Spesso le reazioni sembrano automatiche, immediate, difficili da controllare.
Tuttavia, imparare a riconoscerle permette di creare uno spazio tra:
ciò che si prova
e il modo in cui si reagisce
L’accettazione, in questo contesto, non significa rassegnazione, ma riconoscere la propria esperienza interna, le proprie fragilità, senza giudicarle.
Significa potersi dire:
“Questa è una parte di me”
“Questa reazione ha una storia”
“Posso imparare a comprenderla”
Questo è il primo passo per iniziare un cambiamento reale.
Non aver paura di chiedere aiuto
Uno degli aspetti più importanti del lavoro terapeutico è imparare a riconoscere e dialogare con le proprie modalità o parti interne.
Quelle parti che:
reagiscono con rabbia
temono l’abbandono
si sentono vuote o sole
cercano di proteggere evitando o chiudendosi
Spesso queste parti non sono nemiche, ma tentativi di adattamento che si sono sviluppati nel tempo per far fronte a esperienze difficili, esperienze che hanno portato tanta sofferenza...
Il lavoro terapeutico aiuta a:
dare voce a queste parti
comprenderne le origini e la funzione adattiva che hanno avuto
metterle in dialogo tra loro
sviluppare una parte più adulta e integrata
Chiedere aiuto non significa essere deboli, ma avere il coraggio di guardarsi dentro con maggiore chiarezza.
A volte è proprio attraverso questo processo che diventa possibile incontrare aspetti di sé che non erano mai stati davvero visti o compresi.
Non è mai troppo tardi per conoscersi… e iniziare a trattarsi con gentilezza
A volte vivere emozioni così intense può far sentire confusi, sbagliati o “troppo”.
Può dare la sensazione di non avere controllo, di passare rapidamente da uno stato all’altro senza capire davvero cosa stia succedendo dentro.
Ma quelle reazioni, quelle parti, quei vissuti… non sono casuali. Hanno una storia, un senso, una funzione. Sono modi che la mente ha trovato per adattarsi, per proteggersi, per sopravvivere a qualcosa che, in un certo momento della vita, è stato difficile affrontare.
Il punto non è eliminarle o combatterle. Il punto è iniziare a riconoscerle, ascoltarle e comprenderle. A volte, però, farlo da soli può essere complesso. Alcune parti restano confuse, altre fanno troppo rumore, altre ancora restano nascoste.
Chiedere aiuto significa proprio questo: avere uno spazio in cui poter rallentare, osservare e dare un nome a ciò che accade dentro di sé. Significa poter iniziare, poco alla volta, a incontrare quelle parti che non si erano mai davvero viste, e imparare a stare con loro in modo diverso.
Non è un percorso immediato, ma graduale, e sopratutto possibile.
E spesso, è proprio da lì che nasce qualcosa di nuovo: una maggiore stabilità, relazioni più sicure, e un modo diverso — più gentile — di stare con se stessi.
Se leggendo queste righe ti sei riconosciuto anche solo in parte, forse è il momento di fermarti un attimo per iniziare finalmente ad ascoltarti davvero e a guardarti con occhi diversi.




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